Il
tutù eidetico
di Sergio Spinella
L'imprevisto
mi irrita: ecco la vera ragione della freddezza
morbida con cui trattavo il mio tutù.
In effetti, da quando
lo avevo riparato era divenuto insopportabile
come mia zia Eulalia, se capite quello che voglio dire.
Ma mio zio, fortunatamente
per lui, è abbastanza sordo; io invece
non disponevo di alcuna difesa, per sfuggire al diluvio
verbale di quella dannata termoresistenza."Tu
devi renderti conto delle mie esigenze", se ne andavaciarlando."Io
voglio uscire di qui. Voglio conoscere il mondo"eseguì
una pausa colma di austera austerità."è
un mio diritto!"
Come si fa a spiegare
ad un trabiccolo elettrico la difficoltà di
una simile impresa?
Per non parlare delle
obiezioni dei secondini, se voi siete in
detenzione.
Sfortunatamente,
nonostante tutti i miei anni di matrimonio io
non riesco ancora a comportarmi in modo diplomatico con gli
oggetti del quotidiano: nemmeno se al governo c'è D'Alema."Basta
così!" sbottai.
Il mio stile dovette
sembrargli abbastanza brutale, perchè -
finalmente - se ne stette zitto.
Non ebbi il tempo
di congratularmi con me stesso, perchè la
porta si aprì .
Apparve un secondino;
e non assomigliava per niente a Sharon
Stone quando si toglie le mutande."Cosa
succede qui?"abbaiò quel desso.
Lo fissai senza capire."Tu
stavi parlando con qualcuno".
Si mise a
perquisire la cella."Le
assicuro di no, Signor Capo. Io sono solo."
Cercai disperatamente
una spiegazione convincente.
Invano: il mio cervello
pareva in sciopero.
All'improvviso ebbi
il mio momento fortunato - proprio come il
giorno che uno si sposa."Ingrato!
Non è vero, Signor Capo: noi siamo in due" strillò
il tutù.
Suppongo che all'esterno
non sia ancora invalsa l'abitudine di aprire il dialogo con rubinetti,
termosifoni ed affini; da quando c'è la privacy manco di documentazione
al riguardo."Tu
mi vuoi prendere in giro!" mitragliò il sorvegliante."
Dov'è l'altro?" - muggì ancora, più furioso
di Achille dopo
che Agamennone gli aveva soffiato l'amichetta.
Si guardò
attorno...senza trovare nulla, naturalmente."La
ringrazio, Signore" riprese educatamente il tutù."I
Suoi modi traboccano di gentilezza e di sensibilità"
Bè, devo riconoscere
che malgrado le circostanze apprezzai la
boutade.
Purtroppo i secondini
non sono dotati di un senso dell'humour
sviluppato come il mio."Tu
credi di farmi fesso con questi trucchi da ventriloquo, eh?
Ma adesso ti faccio vedere io!"
Lasciò la
cella con l'aria un tantino offuscata.
E il mio oroscopo
si mise su catastrofi incombenti.
Mi
avvicinai lentamente all'apparecchio.
Qualche volta la
vendetta val bene un sacrificio.
Tanto peggio per
gli spaghetti, decisi.
Il tutù afferrò
al volo la situazione.
"Calmati!"
gracchiò.
"Non volevo
combinarti dei guai."
"Io non conosco
la vostra psicologia umana."
Il suo tono era così
afflitto, che mi mancò il coraggio di continuare.
Ricaddi sulla sedia,
rassegnato.
Mi sentivo uno spietato
killer.
"Cerca almeno
di non ricominciare" dissi.
"Promesso"
Cominciai
a riflettere.
Personalmente sono
contrariato dall'abolizione della tortura, perché
così si impedisce alle streghe di confessare.
Il
tutù sembrava gentile, ma quell'invenzione conteneva con evidenza
un errore, da qualche parte.
Vediamo.
La mia termoresistenza
non funzionava più , ed io dovevo riscaldare
l'acqua per la pasta.
Così la avevo
smontata, e per migliorare le sue prestazioni l'avevo
connessa al cervello di uno scarafaggio.
Un'ape avrebbe fatto
più poesia, ma in prigione bisogna sapersi
accontentare - come ben sanno gli Italiani.
Secondo i miei calcoli,
i circa centomila neuroni di un organo
siffatto rappresentavano la risposta più soddisfacente al
problema del controllo della cottura.
Insomma, fino a quel
momento disponevo solo di una volgare resistenza
elettrica; adesso invece avevo realizzato un controllore
automatico di processo - ovviamente nei limiti dell'approccio
quantistico-culinario.
Gli spaghetti sono
una faccenda seria, dalle nostre parti. Naturalmente
occorreva garantire la sopravvivenza del mio pezzo
di scarafaggio mediante una soluzione biologica appropriata;
per fortuna conoscevo le proprietà straordinarie
del caffè della gamella.
Era perfetto per
le mie necessità .
Niente male per quanto
riguardava la pasta; solo che, accendendo
il sistema, avevo scoperto che il tutù parlava.
E soprattutto non
stava mai zitto.
Ragionare con un
ordigno elettrico è un'impresa piuttosto faticosa.
Senza rendermene
conto, mi appisolai.
Era
sera quando mi risvegliai.
Il tutù continuava
ad imperversare, inarrestabile come la
dentiera di Scalfaro.
"Tu non ti prendi
cura di me" si lamentò .
"Sei crudele"
"Perchè
devo essere innamorata di te?"
"eh ? "
Prima che potessi
riavermi, si imbarcò in una filippica piena di
oblatività femminile; e la mia coscienza demografica entrò
subito in
crisi.
"Ma certo: io
sono una ragazza!" proseguì l'oblativa.
"ah, gli uomini
e la loro sensibilità grossolana!"
Come ci si deve comportare
con un aggeggio scemo?
Non ebbi il tempo
di pensarci.
"So che sei
sposato, ma, insomma, potresti anche guardarmi: io ti amo! "
E continuò
:
"Non temere:
la moralità è la mia regola di vita. Di più: io
voglio renderti felice. E posso renderti felice: io sono eidetica!"
eidetica? Va bene che alla cultura ci pensa Celentano, ma insomma,
non mi sembra necessario esagerare.
Poi mi vennero in
mente la nostra televisione e le nostre preclare "istituzioni"
- o meglio i loro occupanti - ed allora feci gli scongiuri. La patente
alle donne mi spaventa sempre.
Non sapevo che la
preparazione della pasta asciutta comportasse
così tante complicazioni.
Quanto a sostituire
la mia ex moglie con un tutù, non mi pareva il
caso: nemmeno dopo l'invenzione del viagra.
Semmai con l'armadia:
ciò sarebbe stato più in linea con la personalità
della mia ex-sposa.
Ad ogni modo occorreva
farla finita.
Scavai in fretta
e furia un buco protognostico nello spazio di Hilbert...ma
poi non riuscii ad infilarmici.
E adesso ?
Fidanzarmi con un
trabiccolo elettrico avrebbe di certo suscitato
la gelosia degli accessori da toeletta, saponette in testa;
per non parlare delle imboscate della carta igienica.
Troppo pericoloso.
Mi trovavo vicino
al tavolo.
Di colpo la mia mano
sfiorò la spina, la staccò dalla presa.
La fiumana di parole
cessò.
Rimasi in attesa.
Nulla.
Avevo dimenticato
la bellezza del silenzio.
Per prudenza gettai
nel cesso la soluzione biologica, ed anche
il mozzicone di scarafaggio.
Erano quasi le dieci.
Accesi la luce.
Volevo leggere qualche
riga prima di dormire.
La sensazione del
trionfo mi è sempre piaciuta.
"Finalmente
solo" mi dissi, tutto contento.
"Proprio così"
rispose la lampadina.
"Finalmente
soli".