Nevrosi
proiettata su di un umile e simpatico benzinaio
di Marco Di Porto
La
benzina è essenziale affinché il mio motorino ruggente
riesca a portarmi a spasso. Il mio motorino ha molte virtù, la
più interessante delle quali è una tenuta di strada eccellente;
possiede inoltre dei freni a disco in buono a stato e una carrozzeria
nuova, un bijou di plastiche luccicanti di colore blu, cromate di un
violaceo aggressivo in alcuni punti. Il mio motorino, cilindrata 50,
è tenuto in buono stato perché io a queste cose ci tengo.
Lo lucido, gli cambio l'olio molto spesso, e ogni sei mesi spendo una
cifra sconsiderata per farlo revisionare da un meccanico di fiducia,
un uomo che di motori ci capisce, una specie di esperto del carburatore
e di ogni parte meccanica. A conti fatti, io AMO il mio bel mezzo di
locomozione, sul quale scorazzo nel sole d'agosto come nel gelo di febbraio.
E' un amico, un buon compagno del quale io mi prendo cura; lui, in cambio,
mi serve molto meglio di qualunque noiosa e invadente persona in carne
e ossa.
Ieri, per la prima volta, ho deciso di dargli un nome. Ho riflettuto
molto su questa faccenda, e sono giunto alla conclusione che il mio
motorino è il migliore amico che io abbia mai avuto. Fosse dotato
di favella! diamine, e mi troverei di certo a mio agio a scambiare quattro
chiacchiere sulle tante avventure vissute insieme, inseparabili come
fratelli siamesi, uniti nella battaglia triste della vita. Battaglia
persa in partenza , dico io, visto lo stato attuale delle cose. Lo stato
attuale delle cose. Lo stato attuale delle cose.
L'ho
chiamato Giampiero. Un nome altisonante, me ne rendo conto, per un insieme
di plastica, ferro e gommapiuma. Ma credo che quando si tiene davvero
a qualcosa, quando si AMA qualcosa, non ci si debba sentire in imbarazzo
nel comunicare a se stessi e al resto del mondo tale profondo sentimento.
Giampiero è un nome italianissimo, un po' da intellettuale, un
po' da uno con la puzza sotto al naso (e infatti lui, il mio Giampi,
un po' di superbia l'ha acquisita da me medesimo, che sono intelligente,
garbato e profondo quanto un filosofo. Sono un conoscitore degli altri
e la mia anima si eleva ad altezze che la marmaglia scellerata, la quale
mi circonda col suo tanfo dozzinale, neanche sarebbe in grado di scorgere,
tanto in basso rispetto a me e al mio fido destriero a motore si trova.
Dicendo questo potrò anche risultare antipatico, me ne rendo
conto: ma un uomo possiede almeno una delle quattro virtù cardinali,
e la mia è la sincerità).
Giampiero, dicevo, è un nome che evoca giornate passate a fumare
la pipa, e a discutere dei massimi sistemi con gente di alto livello.
Un Giampiero qualunque può senza dubbio entrare in club esclusivo,
solo grazie a questo nome che evoca successo, imprese eroiche e gloria.
Per questo motivo io, che mi chiamo Carlos Fantini e sono un alienato,
ho deciso di stringere un rapporto di tenera amicizia con lui, e di
chiamarlo così: G-I-A-M-P-I-E-R-O. Gi-i-a-emme-pi-i-e-erre-o.
Giampi, per gli amici.
Io,
nella vita, faccio l'impiegato. Un lavoro noioso e per nulla gratificante;
ma tant'è: prima o poi bisogna scendere a compromessi, con questa
macchina schiacciadeboli che è la società. Tutti i giorni,
per andare in quell'ufficio da due soldi, cavalco le onde orrende del
traffico tentacolare a cavalcioni su Giampi, mi destreggio in evoluzioni
magnifiche tra un autobus e una macchina, tra un semaforo e un sottopasso,
e sono felice. Quando io, impuzzolito dal fetore che questa metropoli
indegna emana, corro, sorpasso, freno di scatto e con altrettanta leggiadria
riparto, ecco, quando la mia vita scorre senza freni morali nel viavai
insensato delle strade di Roma, mi sento vivo. E' l'unico momento in
cui mi sento bene, perché domino la bestia. Sono il migliore,
in questo campo, e lo dico senza falsa modestia. Se chiedete agli automobilisti
del centro chi sia il più grande centauro mai esistito, vi risponderanno
senza remore: quell'uomo coraggioso che cavalca Giampiero, lo scintillante
motorino.
Ma vanagloria a parte - mi dovrò pure vantare di qualcosa, in
questa infelicità, eccheccazzo! - vi dirò adesso il vero
motivo di questo mio scritto. Il motivo che mi spinge ad insozzare queste
pagine con i miei verbi ed i miei aggettivi, come un Dostoevskij con
l'esaurimento nervoso, dotato della fibra di Fante e del sense of homour
di Tommaso Genovesi, è quanto mi succede da qualche tempo a questa
parte, e riguarda il difficile e intricato rapporto che intrattengo
col mio benzinaio. Per carità, brav'uomo, come ce ne sono tanti:
un indiano, un extracomunitario che si guadagna il pane onestamente
suggiando benzina super dalle sue pompe incredibili, benzina la quale
egli inocula con gesto sensuale nei serbatoi di automobili e giampieri
qualunque. Brava persona, per carità! Ma ho più d'un motivo
per sospettare che mi odi. Da qualche tempo a questa parte, non è
più lo stesso. Ad esempio, non accoglie me e Giampi con quegli
ampi sorrisi che lo contraddistinguevano, e che mi portarono a eleggerlo
quale mio rifornitore di fiducia tra tanti benzivendoli del tutto disumani,
di cui il mondo è purtroppo infestato.
Tutto
è iniziato quando per l'ennesima volta mi recai a far benzina
presso di lui. Dovete sapere che ho dei giorni precisi in cui abbevero
Giampi col prezioso liquido, che gli dona vita e capacità motorie.
In realtà, ho dei giorni prestabiliti per fare quasi tutto, dalla
spesa al sesso, dall'ubriacatura, al cinema, alla cena al ristorante.
Mi piacciono le cose ordinate, avete qualcosa da ridire? Nella noia
e nella monotonia si cela il segreto del creato, e gli uomini alla continua
ricerca di sensazioni e spericolatezza sono degli agitati, dei fastidiosi
viveur dai quali mi tengo ben lontano. Solo una vita vissuta annoiandosi
può dirsi davvero completa. E' nell'apatia che un individuo trova
la pace, e l'imperativo categorico d'ogni esistenza spesa su questo
pianeta verde, è e dev'essere: stare calmi. Non rispetto alcuna
visione differente dalla mia, quindi controbattere sarà un esercizio
fine a se stesso, che qualche temerario, per mettersi alla prova, potrà
anche tentare, con la certezza dell'insuccesso. Ma andiamo avanti. Dicevo?
Ah, si, vi parlavo di quell'infausto giorno in cui il rapporto tra me
e il benzinaio si è incrinato. Quella mattina mi ero svegliato
un po' depresso, per via di una serie di ragioni che non starò
qui ad elencare. Vi basti sapere che, stritolato dalla macchina infame
della società, avevo qualche problemino per arrivare a fine mese.
Avevo sbadatamente comprato un set di formaggi senza controllare bene
la data di scadenza; il fruttivendolo mi aveva apostrofato il pomeriggio
precedente, definendomi "un nevrotico" solo perché
ero stato un quarto d'ora a sindacare sul prezzo dei suoi ortaggi. Dulcis
in fundo, avevo intuito che il palo a cui lego di notte Giampiero con
una solida catena d'acciaio, e che è sito - come ogni palo che
si rispetti - sul ciglio di un marciapiede, ebbene, questo palo veniva
pisciato quasi ogni giorno dai cani del quartiere. Immaginate il mio
disgusto quando la mattina, nell'atto di slegare il buon Giampi, mi
ero reso conto dell'affronto che la razza canina mi faceva: una vita
dedicata alla cura e alla manutenzione del mio motorino, e poi un cane
ci piscia sopra! Che inciviltà! Il lucchetto era visibilmente
deflorato dal nauseabondo liquido, e una chiazza schifosa era riversa
sul selciato e sulla ruota. Non potendo passare le mie giornate a controllare
chi fosse mai l'autore di questo oltraggio al vivere comune, mi ero
rassegnato a quelle pisciate isteriche, desolato.
Quella mattina ero dunque un po' nervoso, e dopo aver liberato Giampi
dal palo, mi ero avviato al lavoro. E mi aspettavo un'accoglienza decente,
da quel benzinaio, e invece no!
Era nervoso anche lui, e si vedeva. Quando gli dissi, sorridendo poiché
bisognoso di quel minimo di contatto umano necessario alla sopravvivenza,
di "abbeverare con maestria il mio Giampi affinché alla
guida possa ottenere la migliore prestazione possibile. Cinque euro
di super, vecchio mio", e dicendo questo gli diedi una amichevole
e goliardica pacca sulla spalla, notai sul suo viso un'ombra di disappunto.
Il viso del benzinaio aveva emanato per qualche secondo una sorta di
fastidio nell'avermi lì, accanto a lui, intento nel pagare un
servizio che comunque mi spettava. Mi sentii offeso. Egli, con noncuranza
e un certo piglio autoritario, prese in mano l'eiettore di benzina,
e violentemente lo infilò nel serbatoio, il tappo del quale avevo
coscienziosamente già svitato. Pigiando maldestramente quel marchingegno
infernale, quasi irato, iniziò a parlare col suo collega, senza
degnarmi del minimo riguardo. A me! Al suo miglior cliente, che lo stimava!
Che lo aveva eletto quale fornitore ufficiale di ottani ad alta densità!
In questo suo fare maldestro, un po' di benzina si riversò su
Giampi. Era troppo.
Tentai di manifestare il mio disappunto: mentre l'infame finiva il suo
lavoro, iniziai a passeggiare in su e in giù nella piazzola,
scattando, e accendendomi un sigaro. Fumavo a tutto spiano, sputavo
nubi azzurre senza ritegno. Egli mi guardava interrogativo. Credo si
aspettasse il pagamento, ma ero troppo nervoso. Dovevo sublimare! Imperai,
balbettando:
"Gonfiami le gomme".
E lui, un po' accigliato: "va bene, capo". Con quell'accento
ridicolo della gente del sud del mondo. Mentre lo diceva, aspirai un'intera
boccata del sigaro, e iniziai a tossire come preso da un attacco d'asma.
Mentre tossivo, lui mi guardava immobile e sadico, senza accennare di
darmi una mano. Poi mosse Giampi dalla sua posizione, e lo depose accanto
alla pompa dell'aria. Iniziò ad alambiccare con vari ammennicoli,
mentre io mi producevo negli ultimi due o tre conati. Ero stravolto.
Buttai dunque il sigaro, mi avvicinai cauto, ostentando una certa superiorità.
Lui mi disse: "tutto bene, capo?". Ancora quell'accento sgraziato.
Lo guardai dritto negli occhi e risposi con grande freddezza: "DEVI
IMPARARE LA PRONUNCIA DELLA LINGUA ITALIANA". Ma lui sembrò
non recepire. Forse non l'avevo detto. L'avevo solo pensato. Stavo impazzendo.
Mi venne l'istinto di prenderlo a schiaffi. Dovevo essere viola a causa
delle convulsioni, gli occhi mi lacrimavano per la fatica, i polmoni
erano in fiamme. Quando finì di gonfiare la ruota anteriore,
gli chiesi qual'era il suo paese d'origine.
"Bangladesh", disse. E sorrise. Uno di quei sorrisi candidi
che mi rivolgeva sempre quando eravamo amici. Ma stava bluffando, è
questa la verità. Glielo leggevo negli occhi che non mi rispettava
più, e che i suoi modi affabili e sinceri di una volta si erano
tramutati, per qualche oscuro motivo, in un fare formale, insincero
e in fondo freddo.
Pagai stizzito i cinque euro, e mi avviai allucinato in ufficio.
Trascorsi
una giornata infernale, rimuginando su quanto avvenuto la mattina. "Quel
mentecatto", riflettevo, colmo d'acrimonia, "avrà sicuramente
riso di me col suo collega, quel tipo alto e brufoloso. Avrà
pensato il peggio del peggio, certamente vantandosi della sua calma
e del suo sangue freddo nell'affrontarmi. Ma egli non sa con chi ha
a che fare! Io sono combattivo, e posso essere spietato! Che si pensa,
che d'ora in poi cambierò benzinaio? Mai e poi mai! Mi farò
servire dalle sue mani nerborute, sfruttando il potere del denaro! Lo
infastidirò a tal punto che dovrà emigrare nella sua patria
natia, e quando i suoi familiari lo vedranno tornare, umiliato, lui
spiegherà che ha trovato un osso duro!"
Gli stavo augurando tutto il male possibile. Ero diventato completamente
paranoico. Mi stavo rodendo le budella, per un evento che forse al lettore
sembrerà senza importanza. Ma io campavo di queste inezie, di
queste sfide e di questi rancori! Vivevo in un sottosuolo di rimorsi,
senso di superiorità e delirio d'onnipotenza! Ne volli parlare
a Giampi, di questi miei crucci. Tornando dal lavoro (evitai accuratamente
di passare davanti all'esercizio del mio nemico), iniziai un monologo
dai contenuti volgari ed eccedente nel turpiloquio, che non riporto
per salvare quel minimo di dignità che mi è rimasta.
La sera mi infilai dentro al primo locale, e iniziai a bere in modo
sconsiderato. Ero nervosissimo. Mentre mi ubriacavo, vaneggiavo tra
me e me sul da farsi. Bevvi tre birre, poi due whisky. Al colmo dell'esasperazione
alcolica, infastidii una cameriera. La chiamai "donna", la
fissavo come un invasato, ma ero rattristato del mio comportamento indecoroso.
Le chiesi scusa, le ordinai un altro whisky, e mi guardai intorno con
l'occhio sospeso di chi ha lenito momentaneamente il proprio dolore
con l'alcol. Accanto a me c'era un gruppo di uomini della mia età,
molto tranquilli, molto a loro agio. Ascoltai i loro discorsi per qualche
secondo, e mi parve di essere un extraterrestre. Di che parlavano? Di
cosa si beavano, quei quattro fessi? Per quale motivo erano così
tranquilli? Sentivo uno di loro, una specie di capetto del gruppo, che
faceva considerazioni sulla vita. Non ho mai sentito nulla di così
banale, giuro. Diceva: "guardate che qui la situazione è
molto chiara. Per come vanno le cose, ognuno deve farsi gli affari propri,
deve guardarsi il proprio. Sennò, che se ne ricava dalla vita?
Certo, dovrebbe essere diversamente...certo, il mondo potrebbe andar
meglio...lo sappiamo tutti. Ma vai a stringere...tutti quanti vogliamo
i nostri risultati, non è così?" Gli altri annuivano,
mezzo imbambolati. Comunicazione zero. Il gioco delle parti era così
chiaro da risultare nauseante. Quello che aveva parlato, si vedeva lontano
un miglio che era il più ricco. Gli altri tre cervelli erano
semplicemente annullati d'ogni volontà, e anche se di fondo provavano
invidia, o addirittura antipatia, non c'era verso che lo manifestassero.
Disgustoso. Nulla di più disgustoso di quattro borghesotti piccoli
e mediocri che discutono tra di loro della vita. E' come assistere ad
una recita scolastica, è tutto totalmente evidente: è
una rappresentazione talmente finta che pensare che certa gente si rapporta
al mondo in questo modo, fa venire la pelle d'oca.
Mi alzai, barcollando intristito. Al momento di pagare, la cameriera
mi sorrise. Io azzardai una certa confidenza. Le dissi: "giornata
dura, eh?". Lei annuì, e mi parve di scorgere sulle sue
labbra un sorriso. Uscii dal locale e tornai a casa, dove crollai sul
letto e dormii un sonno infestato di incubi feroci.
Da
quelle infauste circostanze, che mi portarono a comportarmi come un
isterico, il lettore crederà che io avessi tratto, nell'immediato,
una lezione. Una sorta di insegnamento subitaneo, che mi avrebbe dovuto
portare, semplicemente, a fare benzina in un altro posto. Ma io mi ero
intestardito, e un istinto malsano, forse autolesionista, mi accompagnò
per tutto il periodo successivo. Continuai imperterrito a rifornire
Giampi dal tizio del Bangladesh: ero allo stesso tempo disgustato e
felice nel crogiolarmi in quell'atmosfera tesa. Andavo lì, e
con il migliore dei miei sorrisi, salutavo: "buongiorno, caro amico!",
dicevo.
Lui mi guardava, sorrideva il suo sorriso falso, e più d'una
volta mi parve ammiccasse al suo collega devastato dall'acne. Un giorno
credo proprio di aver letto sulle sue labbra una esclamazione del tipo:
"ecco il pazzo dell'altra volta". Quel giorno andai su tutte
le furie, e mi fumai un sigaro intero, completamente immobile al centro
del piccolo piazzale adibito ai suoi del tutto insignificanti servigi.
I due benzinai mi osservavano con sguardo imbarazzato, e mentre fumavo
a tutto spiano ripetevo dentro me: "questo è un incubo".
Due volte a settimana, come mia consuetudine, continuai a fare benzina.
Quest'evento mi dava una gioia pazza, come di un soldato che deve affrontare
una missione difficile, ma ne è allo stesso tempo esaltato. Qualche
volta mi lasciavo andare a qualche scenata drammatica (una volta volli
sapere il suo albero genealogico completo, fingendomi interessato),
oppure, colto da improvvisa ispirazione, pretendevo di mettermi benzina
da solo adducendo come motivo "il profondo rispetto che provavo
per il lavoro altrui".
Tutto questo, finché non iniziai ad architettare un piano pazzesco
e surreale, per farla finita con tutta questa storia, che al contempo
mi sembrava assurda e tragica. La giudicavo, citando un'espressione
ripresa da uno dei monologhi che ebbi con Giampi in quel periodo, "una
farsa destinata a distruggermi".
Un
bel giorno, pensai: dare fuoco alla pompa di benzina sarebbe un gesto
coraggioso, simbolico (le fiamme depurano dal lerciume), e definitivo.
Sarei stato arrestato, o internato (va un po' a sapere come si comporterebbe
la giustizia in casi del genere), o l'avrei scampata emigrando, lasciandomi
alle spalle una vita che, come potrete immaginare, mi ripugnava in ogni
suo momento.
Circa due mesi erano passati dalla prima scenata. Così pensai
che l'unico modo per sbarazzarmi in un solo colpo di quella situazione
deprimente (benzinaio + lavoro + Giampi unico amico + numerose ossessioni
e manie) fosse dare un taglio netto, produrmi in un gesto plateale,
vendicativo, folle.
Il fatto è che starmene con le mani in mano proprio non mi riesce:
devo sempre avere un motivo di vita, una sfida, un'antipatia momentanea.
Non riesco a chiacchierare col mio prossimo senza provare un senso di
repulsione, o devozione, per esso. Nulla è mai immobile nel mio
cuore sempre in ansia. La mia mente è abnorme, fatta per grandi
odi e grandi amori; nulla mi atterrisce di più d'un cervello
mediocre, e nulla mi dà più da pensare che una mente sublime.
Allo stesso tempo, le vite piccole e anonime suscitano in me attenzione,
mista a pietà: secondo me chi vive senza alcuna aspirazione tranne
quella di esserci, chi riesce a fare questo conservando anche dignità
e un certo senso della bellezza, ebbene, egli è in equilibrio
col creato. Sarà sempre distante da me e dai miei tentativi di
peggiorarmi, ma è il massimo dell'espressione umana che riesco
a immaginare: un uomo che fa una vita da cani, e ne è tutto sommato
soddisfatto. Ciò prevede una resistenza alle frustrazioni impressionante,
per la quale provo profondo rispetto e dalla quale mi sento estremamente
distante.
Architettai
il piano nei minimi particolari. Comprai un biglietto per il Messico
e uno Zippo nuovo di zecca. Sarei passato alla pompa di benzina alle
5.05 AM. Il volo per la terra degli Aztechi, dove mi sarei rosolato
al sole come una lucertola e forse sarei morto, era alle 7.08 AM. Avevo
due ore e tre minuti per far saltare in aria la pompa, correre via come
un lampo verso l'aeroporto, e imbarcarmi sull'aereo della salvezza.
La
notte passava elettrica, le strade erano bagnate dalla pioggia, rivoli
d'acqua venavano l'asfalto. Ero solo, inquieto. Non avevo paura, ma
mi chiedevo se quel gesto estremo sarebbe servito a qualcosa. Mi stavo
punendo? Era forse questo il motore di un gesto così definitivo?
O era la solitudine? O la sofferenza? Forse era la gente. O forse era
che stavo male, ed era l'unica maniera di mettermi in mostra. Ma come
facevo a stare male, io che ero così intelligente? Io, così
sensibile, così resistente alle avversità? Mi rigiravo
lo Zippo tra le dita, e non ne venivo a capo.
Non potevo chiedere consiglio a nessuno. Iniziai a scrivere una lettera
a Giampi:
Carissimo,
buonasera. Come va?
Domani è il grande giorno. Io e te fuggiremo, dopo esserci lasciati
alle spalle questa vitaccia. Potranno accadere tre cose, dopo l'estremo
gesto. Anzi, quattro: morire, essere arrestato, buttato in un nevrocomio,
o - con buona probabilità - riuscirò a imbarcarmi sul
volo per il Messico. Mi hanno detto che è un posto pieno di gente
simpatica, e poco caro, anche. E poi
Una
lacrima fece capolino dai miei occhi, bagnò la carta. Ero l'uomo
più solo del mondo. Continuai.
E poi
dicono ci sia un sacco di roba da vedere, in Messico. Costa poco, il
Messico. Il Messico costa poco. E' quasi gratis, il Messico. Il Messico
è una terra meravigliosa, ricca di siti archeologici, che nessuno
conosce. Il Messico
Le
lacrime sgorgavano, e non ci potevo fare niente. Sentivo qualcosa che
mi scuoteva, da dentro. Iniziai a tremare, mi guardai intorno desolato.
In terra c'era la borsa che avevo preparato: conteneva poche cose, e
neanche una foto. Ero molto stanco. Tutta quella tensione, quell'incomunicabilità.
Piansi, tanto. Poi mi addormentai, fino al mattino.