Storia
di una guerrigliera
di Alberto Corda
La
bomba esplode alle 16,34 nel cinema "Sion" di Gerusalemme.
46 morti: uomini, donne, bambini.
Aisha ha 20 anni.
Qualcuno l'ha vista entrare nel cinema alle 15,30, vestita all'occidentale,
con una giacchetta e dei pantaloni bianchi, e l'ha vista uscire poco
dopo.
La Polizia Israeliana irrompe nella casa di Aisha, picchia la madre
che tenta di sbarrare il passo, e porta via Aisha in manette. Aisha
viene chiusa in una cella.
I carcerieri la picchiano nel tentativo di indurla a parlare, ma Aisha
si chiude nel silenzio, si dichiara prigioniera di guerra e si appella
alla Convenzione di Ginevra.
I guardiani la torturano e la violentano, e le dicono: "Lo stiamo
facendo per vendicare quei bambini che hai ammazzato".
Il giudice la convoca in ufficio, e le mostra le foto dei bambini morti
nell'incendio del cinema. Aisha nel vedere le foto scoppia a piangere.
Ma poi, con un'espressione dura dice: "Lei mi sta mostrando queste
foto per spingermi a rivelare i nomi dei miei compagni di lotta, ma
io non li tradirò. E poi, a pensarci bene, quei bambini non erano
altro che cuccioletti schifosi d'animale schifoso".
Il giudice le dà due schiaffi fortissimi che la fanno cadere
a terra e la fa riportare in cella.
Aisha passa 8 anni in carcere subendo in continuazione violenze e torture.
E' stata condannata all'ergastolo.
Dopo 8 anni, un giornalista occidentale ottiene, grazie alle insistenze
del suo potentissimo editore, di poter intervistare la giovane guerrigliera.
Aisha, parlando con il giornalista, denuncia i soprusi dei carcerieri
e illustra i suoi piani politici.
"Io vorrei costruire, su questa terra, dal Mediterraneo al Giordano,
un unico stato laico, democratico, multietnico, e multireligioso, dove
ci sia posto per musulmani, cristiani ed ebrei, dove le donne siano
libere ed indipendenti, dove siano riconosciuti i diritti umani ed anche
quelli degli omosessuali".
Aisha inserisce, nel suo discorso alcune parole cifrate che sono un
messaggio ai suoi compagni di lotta, secondo un sistema da loro elaborato
molti anni prima e che vogliono dire così: "Sono allo stremo
delle forze, temo che sotto tortura potrei parlare. Liberatemi con uno
scambio di prigionieri, possibilmente bambini perché sono più
facili da catturare".
Un commando formato dai compagni di Aisha, sequestra una classe di bambini
israeliani delle elementari. Il commando dispone di poche armi e munizioni.
Il governo israeliano all'inizio non cede alla richiesta di liberare
Aisha ed altri prigionieri.
Alla scadenza dell'ultimatum il capo del commando, Rashid, per risparmiare
le munizioni uccide a bastonate uno dei bambini e ne getta il cadavere
da una finestra.
Gli israeliani a questo punto liberano Aisha e gli altri palestinesi.
Aisha va in esilio insieme ai ragazzi del commando che l'hanno liberata.
La prima volta che li incontra, Aisha, raggiante abbraccia Rashid e
gli dà sulla bocca un lunghissimo e intenso bacio di ringraziamento.
Giunti a Parigi, Aisha espone ai suoi compagni ed amici il suo progetto
politico:
"Lottare per uno stato nel quale palestinesi ed ebrei possano vivere
in pace e senza odio, in cui siano garantiti i diritti delle donne (ed
Aisha dice un po' scherzosa: quando tornerò in Palestina voglio
mettere una super minigonna, voglio sentire cosa diranno quei cretini
integralisti). Vorrei agire in collaborazione con Amnesty International
e con altre organizzazioni per i diritti umani, contro la pena di morte
e a favore dei diritti all'omosessualità".
Aisha si accorge che i suoi compagni la stanno guardando male. "Naturalmente
io spero che gli uomini palestinesi si mantengano uomini, in eventuali
rapporti con stranieri, però non credo che questo possiamo codificarlo
per legge, che ne dici Rashid?" Rashid sorride senza rispondere
poi fa: "Effettivamente una volta ero tentato di farmi un prigioniero,
naturalmente restando io uomo!"
Aisha gli dà un bacio d'approvazione sui baffi, poi riprende:
"Sono orgogliosa di tutto quello che abbiamo fatto ma credo che
d'ora in poi dovremmo adottare una strategia prevalentemente non violenta,
perché dovremo pur convivere in un unico stato con gli ebrei".
"Ma Aisha non ti starai rammollendo?" Le chiede Rashid. "Dai,
Rashid, mi conosci! Figurati!" risponde Aisha. "E' solo un
ragionamento politico! Certo lo so, convivere con quegli animali schifosi
non sarà facile, e se dovessero arrestarvi e uccidervi, io sarei
pronta a fare di tutto, anche piazzare un ordigno su un aereo passeggeri
e farlo esplodere in volo, pur di liberarvi o comunque far capire agli
israeliani che non siamo carne da macello.
Però forse non sono tutti animali schifosi: uno dei carcerieri
non mi picchiava e non mi violentava, ed è l'unico al quale,
quando sono uscita dal carcere, ho dato un bacetto sulla guancia. Lui
allora mi ha guardato con tristezza e mi ha detto: <<Ma non pensi
mai a quei bambini?>>
In un primo momento mi sono seccata per questa frase, poi ho capito
cosa voleva dire. <<Quei bambini, ne sono convinta, sono diventati
angioletti di Dio e mi vogliono bene>>". E Aisha si sforza
di sorridere. Vedendola così, Rashid l'abbraccia con tenerezza.