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Bel
giovane, mi aiuti a bere? Passeggiavo
lentamente. Era mezzogiorno, e avevo approfittato di uno squarcio di
sole tra le nuvole cariche di pioggia di quella giornata. Che già
aveva riservato la sua razione di due temporali estivi, brevi ma violenti.
Stavo facendo due passi alla scoperta del paesino calabrese che da due
giorni ci ospitava per la nostra breve vacanza. Un'unica strada attraversa
tutto il paese: due file di case ai due lati, strette tra il mare da
una parte e la ferrovia e la montagna dall'altra. I miei occhi vagavano
ora a destra ora a sinistra, alla ricerca di volti o angoli interessanti.
Solo case, teli da mare stesi alle finestre, a indicare che si trattava
di case "estive", certamente disabitate d'inverno. Ecco la
macelleria, il bar, il mini market, la piazzetta. Una bella fontana
al centro, che lanciava verso l'alto i suoi spruzzi, disposti in cerchio,
a formare giochi d'acqua. Lo spazio intorno alla fontana era di un acciottolato
grigio e rosso cupo, a pietre dai colori alternati. Intorno siepi e
fiori, che una donna stava innaffiando. Di fronte alla fontana la chiesa
del paese, di mattoni rossi e di forma circolare. Le sue linee moderne
ne lasciavano indovinare la recente costruzione. Davanti al portone
a due ante, entrambe aperte, ad indicarla come luogo di accoglienza,
una scalinata di marmo e pietre digradava verso la strada. Come due
semicerchi, dal portone scendevano due rampe ad uso dei disabili. Voltai
gli occhi verso l'altro lato della strada, attirato dalle grida di un
uomo. "Pesce, pesce fresco!". Dietro ad un furgone bianco,
col portellone posteriore alzato, un uomo bruciato dal sole e dalla
salsedine urlava il suo richiamo. Accanto a lui una bancarella di fruttivendolo
ambulante, dietro alla quale tre persone, forse marito, moglie e figlia,
servivano turisti curiosi e desiderosi di assaggiare primizie fresche.
Nella piazzetta e davanti alla chiesa il lento passeggiare di altri
turisti col naso in su ad ammirare il paesaggio, o intorno a curiosare
tra le persone: chi abbracciato alla ragazza, forse conosciuta in vacanza,
chi in compagnia del suo cane, chi a zonzo con la famiglia. Più
in là due vecchietti teneramente mano nella mano, che sicuramente
avevano molto da insegnare a noi giovani sull'amore: sembravano due
fidanzatini. Niente a che vedere con la frenesia della città:
estrema calma, estremo relax, estrema ricerca di tranquillità,
nel tentativo di ricaricare le pile in vista dell'ormai prossimo ritorno
nella bolgia di tutti i giorni. Ero assorto, passeggiando lentamente,
ad osservare la varietà di persone e di situazioni intorno a
me, quando sentii una voce: "Bel giovane, mi aiuti a bere?".
Non ci feci caso, in un primo momento. La voce era flebile, si sentì
a malapena. Non conoscevo nessuno, non potevo essere io il destinatario
di quella richiesta. E poi non mi sentivo certo un bel giovane! Dopo
qualche attimo la voce ripeté: "Bel giovane, mi aiuti a
bere?". Questa volta mi girai verso la direzione da cui sembrava
provenire quello che era poco più di un lamento. Da uno dei semicerchi
per disabili che convergevano verso il portone della chiesa. Su quelle
rampe c'erano tante persone, ragazzi, adulti bambini. Erano lì,
all'ombra, per ripararsi dal raggio di sole appena liberatosi dall'abbraccio
delle nuvole, violento e caldo. Chi poteva aver parlato? Scrutai tra
quelle persone, che erano a non più di tre metri da me. Per la
terza volta la voce misteriosa ripeté: "Bel giovane, mi
aiuti a bere?". Stavolta ne individuai l'origine: in mezzo a quella
piccola folla scorsi una sedia a rotelle. Su di essa una vecchietta,
minuscola, quasi rattrappita su quella carrozzella. La faccia e le mani
erano solcate da rughe profonde e fittissime. Avrà avuto cent'anni,
forse! Parlava proprio a me, infatti i miei occhi incrociarono i suoi,
quasi nascosti da un foulard che aveva in testa, che mi fissavano, imploranti.
Aveva indosso una veste logora, rattoppata qua e là. I piedi
erano nudi. Intorno tanta gente. Il mio primo istinto fu quello di allontanarmi:
non la conoscevo, non conoscevo nessuno lì. E poi c'erano tante
altre persone! Perché proprio io? Ma poi incrociai nuovamente
i suoi occhi: dolcissimi. La bocca semiaperta, forse aveva davvero tanta
sete, con quel caldo! Ma furono i suoi occhi, piantati nei miei, a spingermi
verso di lei. Mi avvicinai lentamente: mi guardai intorno, a scrutare
i movimenti degli altri, lì a due passi. E se qualcuno mi avesse
detto di occuparmi dei fatti miei? E se qualcuno avesse cominciato a
deridermi? E se
? Nessuno si mosse, tutti indaffarati nel loro
far niente. Mi avvicinai ancora: ora ero ad un passo da lei. Lei ripeté
la richiesta: "Bel giovane, mi aiuti a bere?". Mi girai intorno,
alla ricerca di una fontana, di un bar, di un chiosco. Non avevo fatto
caso che la vecchietta mi aveva chiesto di aiutarla a bere, non da bere.
Indicò con una mano tremante una specie di zainetto, ancora più
logoro del suo vestito, poggiato per terra, accanto ad una ruota della
sua carrozzella. La guardai con espressione interrogativa. "Bel
giovane, fruga nella mia borsa: c'è una bottiglia". Rapito
da quegli occhi imploranti e dalla dolcezza della sua voce infilai una
mano nella borsa. C'erano tante cianfrusaglie. Frugando trovai effettivamente
una bottiglia. C'era anche un bicchiere di plastica. Era stata previdente,
la signora. Stappai la bottiglia, riempii il bicchiere e glielo porsi.
Tentò con una mano rattrappita di afferrarlo, ma le sue dita
non riuscivano a stringersi attorno al bicchiere. Mi guardò ancora:
il suo sguardo chiedeva aiuto. Allora, senza pensare, spinto da un moto
di pietà, presi il bicchiere e glielo accostai alle labbra. L'aiutai
a bere: era questo che mi aveva chiesto infatti, aiutarla a bere! La
bottiglia era calda, quell'acqua non era certo fresca: era in quello
zainetto, sotto il sole, già da molto tempo, forse. Ma lei si
sentì subito rifocillata, rinfrancata: i suoi occhi si fissarono
di nuovo sui miei, riconoscenti, stavolta. "Come ti chiami?",
mi chiese. Le dissi il mio nome. |
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