Città del Vulcano
di Alessandro Agus

Filtra una luce grassa, velata, nei passaggi polverosi in cui sfuma la presenza, non solo fisicamente opprimente adesso, dei grattacieli.
Anche qui, nel centro di Rayuna, ci sono bambini che corrono e sagome di cani e strani gallinacei che non hanno alcuna voglia di accreditarsi come domestici o selvatici: distinzioni prive di corso, qui, centro città disperato cui sorge intorno una periferia d’oro e di luci; paradossi di un mondo rovesciato, paradossi per chi osserva dimenticando che qui è davvero dall’altra parte del mondo, e che non si tratta soltanto di un dato geografico; paradossi che tolgono domande solo a chi e' nata dall’altro canto della vita, du bon côté de la Vie mi vien da pensare, e ne fanno avvertire un peso che è insieme privilegio e colpa.
“Non importa nulla se a lei non va bene, senhora - precisa Aurélio - questa città cresce cosi': sprofonda al centro per crescere intorno, è la Legge del Vulcano, lo diceva Crioulão, il mio Maestro, un maestro che non c’è nemmeno nella scuola dei ricchi...”. Aurélio qui ci è nato, in una delle tante case che l’ha subita, la legge del vulcano, una casa che "c’era". Mi guida attraverso un paesaggio che è mutevole in tutto, tranne che nell’essere lì per sfarinarsi, lì, mentre brulica, per cambiarsi finalmente in polvere fine, perché crescano, chissà, altre sfide al cielo, di cemento e di acciaio. In un canto meno convulso del bairro velho un’anziana, tutta vestita di bianco, si prende cura delle labbra di un’adolescente con le treccine ed una mezza camicetta arancio, annodata sopra l’ombelico: pennella veli di rossetto, sotto il sole che scioglie, con la disinvoltura di un gesto mille volte ripetuto e con fierezza di artista; entrambe sono in piedi, in un tempo sospeso; noto che non fanno ombra; sollevo gli occhi e intravedo, tra i riflessi degli occhiali da sole, lo sfondo tremolante dei palazzi, le antenne che ne sormontano le sommità e che attendono di accendersi della loro luce, quando anche su quella periferia di privilegi scende l’ombra della notte.
Il contrasto e la calura danno vertigine. Chiedo ad Aurélio se possiamo far sosta in qualche locale, per far calare un po’ sole e stanchezza. “Qui dovrà accontentarsi, senhora - sorride la mia guida, con il guizzo di orgoglio che gli dà il non trovarsi a disagio - solo botequins e polvere sul tavolo; guardi lì: si sono presi tutto, con l’acqua hanno fatto piscine e con la nostra ignoranza le loro scuole; insegnano tutto loro, anche il tennis...”
I sette tavoli, comunque ordinati e puliti, sono tutti vuoti; sopra il bancone campeggia rossa, scritta a mano, la parola Almôndegas, polpette; mi fa pensare a una pubblicità, che si vede qui a Rayuna, dove un mio connazionale, all’udire quella parola se ne vien fuori, sudacchiando, in un grottesco “Paura!”, e poi se ne mangia, sempre sudato ma fattosi temerario, piatti e piatti. Forse ci vedono così, assediati e in arrocco, proprio come i loro ricchi periferici che collezionano sbarre in ferro battuto per le finestre, sbarre ingentilite (?) da teste di leone o profili di aquila, che allontanano le loro case dalle vie che si diramano dal Corredor recintandole con giardini, sempre più profondi e più fitti, ricchi che allungano la loro vista con monitor all’uscita dei loro boschi costretti alla disciplina, e la loro vigilanza con allarmi e invisibili connessioni ai Custodi dell’ordine.
Una Cadillac nera con gli strapuntini e i vetri schermati, quasi certamente blindata, solleva la polvere e il silenzio. Anche la mobilità, qui, è protetta. La ragazza dietro il bancone ci lancia un’occhiata di vicinanza e di intesa: si, si proteggono, sono convinti di avere qualcosa di straordinariamente prezioso e fragile e invidiato. Ma qui non si sente invidia, forse disprezzo, e a dispetto di tutto fierezza, negli sguardi che scorrono via, sui finestrini opaco-fumo.
Non ha finestrini ma colori e risa il camioncino pieno di persone che ci strombazza il suo arrivo: lui qui è di casa e forse nemmeno conosce il Corredor, né la grande strada che gira insieme alla Baia e porta via dalla Periferia, verso altri paradisi ed altri inferni.
Barcollo verso l’altro lato, salutata da mani e voci e una nota che sfugge, “gosta de mim”, individuo nel suono che sfuma.
La mole bianca della Catedral de S. Simo ci arriva incontro nel sole, sembra nascere anche lei, la ‘Sé’, dalla polvere; Aurélio mi sfiora la testa con la mano e con l’altra accenna alla pietra coloniale; mi sorride.
Un uomo, cappello di paglia in testa, camicia di tela chiara, le maniche arrotolate fino al gomito, sta a fianco dell’Altar de Ouro; parla dentro un microfono, passa il metallo calmo della sua voce tra le file dei banchi, ragazzini mulatti, bianchi, nerissimi come immagino Crioulão, tra donne dai fianchi generosi come la ‘truccatrice’ e giovani fate snelle strette ai loro amori, tra vecchi di grinze e di battaglie e giovani di forze e di speranza; parla "per tutti quelli che hanno lottato gioito sofferto sperato cantato con noi!" e per quelli che lo faranno e lo racconteranno; parla perché di qui, dal centro dove tutto collassa verso il nulla, dall’orizzonte degli eventi di un dominatore troppo ottimista, da qui qualcosa vuole sorgere e svettare, di là dal campanile bianco, oltre le antenne dei grattacieli, sopra il Vulcano, per versarvi la pioggia delle lacrime di dolore e della riconquista.
E’ l’inizio di questa storia.

 

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